Lucrezio - La primavera in Lucrezio



Visione della primavera in Lucrezio.


Lucrezio, nello scrivere il suo De Rerum Natura tutt’altro voleva che darci una rappresentazione del mondo e della sua filosofia in modo ovvio o gioioso, il suo intento era piuttosto quello di farci riflettere sulle cose in cui credeva, e di cui era seguace, ovvero della filosofia epicureista, di cui tesse le lodi, promulgando i suoi contenuti, proprio in questo libro. Viene spontaneo chiedersi dunque come abbia potuto cominciare questo testo con un inno a Venere, un inno tanto gioioso quanto impregnato di miti e leggende, ma, nel fatto stesso che come finale dei sei libri troviamo una descrizione terrificante della peste di Atene, si può comprendere come in realtà Lucrezio abbia voluto esprimere una contrapposizione tra il “trionfo della vita”, con l’inno a Venere, e il “trionfo della morte”, con la peste di Atene, mostrandoci così come queste due potenze siano in contrasto una con l’altra, pur andando pari passo nella vita di ognuno di noi.

Approfondiamo ora il proemio di questa grandiosa opera, il De Rerum Natura, che, come detto precedentemente, si tratta di un inno a Venere, dea dell’amore, dea della bellezza. Non è difficile per noi vedere una continuità, un legame tra le idee di amore, di bellezza, di nascita e di primavera, c’è questa felicità intrinseca che le unisce, che dà loro forza e valore, che la fa vivere. L’ansietà pervade l’animo di ogni uomo all’avvicinarsi della primavera, all’avvicinarsi dell’amore, siamo stati creati per provare questa felicità, per desiderarla, per essere contenti nel veder sbocciare un fiore a marzo, nel sentire i raggi del sole sulla pelle e il suo calore scaldarci dopo mesi passati a soffrire, soli e freddi, il periodo buio della nostra vita. È questo che Lucrezio ci porge, la realtà, la sensazione di appagamento all’avvicinarsi della primavera, ma anche il riconoscimento dell’insignificante potere che l’uomo ha nei confronti del mondo.

Poiché tu solamente governi la natura delle cose,

e nulla senza di te può sorgere alle divine regioni della luce,

nulla senza te prodursi di lieto e amabile’

Questo senso di impotenza non è una pecca nell’essere dell’uomo, è al contrario un dono proprio della natura di Venere, della primavera.

L’aria è calma e tiepida all’inizio della primavera, dà un senso di rilassamento, di estraniazione dai problemi quotidiani, dai pensieri turbolenti e ansiosi della stagione precedente ‘il cielo placato risplende di luce diffusa’, l’uomo e la natura, finalmente rinati alla loro condizione giovanile si liberano dolcemente dei loro passati affanni, riprendendo forza, colore, vivacità.

La descrizione di Lucrezio è molto forte, ci appare, leggendola, un quadro in movimento, uno sbocciare, un risvegliarsi, un tornare alla luce. L’immagine che per prima nasce può essere molto simile al risveglio nel bosco magico shakespeariano, descritto nel “Sogno di una notte di mezza estate”, questo pacato e dolce ritorno alla vita della natura, degli uomini avvolti da essa e di tutte le altre creature viventi. Non c’è un distacco, ma una continuità tra il sonno e il risveglio, tra la morte apparente e la rinascita, ’prigioniero al tuo incanto’ ogni uomo dovrà sottostare alle sue regole, le più dolci fra tutte le regole che un uomo conoscerà nel corso della sua vita.


Confronto sulla visione della primavera in Lucrezio e Foscolo.


Foscolo, come anche Lucrezio, ha una visione pessimista in tutte le sue opere, ma sempre, parlando della nascita, dell’amore, della primavera, si risveglia nel suo animo un senso di momentanea felicità, momentanea come la durata di un amore o della giovinezza. Anche persone con una mentalità critica o pessimista non sono, quindi, indifferenti alla grandiosità della primavera o alla felicità che una nascita o una storia d’amore donano.

Il primo parallelo di Lucrezio con Foscolo sarebbe certamente da ricercarsi nei sonetti “All’amica risanata” e “A Zacinto” , dove le stesse immagini prodotte dalla lettura di Lucrezio vengono qui riproposte con chiave più nostalgica. Appare, però, a mio parere, molto evidente anche un altro confronto con un brano preso dalle “Ultime Lettere di Jacopo Ortis”, per precisare, la lettera del 14 maggio, a sera. Nel cuore di Jacopo c’è infatti, lo stesso sentimento di felicità, di appagamento dopo l’arrivo della primavera, per lui rappresentata da un bacio dell’amata Teresa: i fiori e le piante profumavano di un odore soave, gli armoniosi venti risuonavano da lontano, le cose si abbellivano alla luce della Luna, gli elementi e gli esseri esultavano dalla gioia. Nonostante la vicenda alla fine non si risolva positivamente per Jacopo, è stato presente un istante di gioia primaverile nella sua vita, che per un certo periodo, come scrive lui stesso nella lettera del 15 maggio gli mostra il potere della primavera: la sua bellezza si schiude e si fa forte agli occhi impotenti di Jacopo, tutto gli sembra più bello e più legato: come in Lucrezio, gli uccelli, le fiere e gli armenti e i fiumi, ‘ognuno ti segue ansioso dovunque tu voglia condurlo’, così anche nell’Ortis c’è la dipendenza di tutte le creature dalla primavera. È terrificante pensare a una vita senza amore, senza primavera, tutto attorno vedremmo ‘gli animali, nemici fra loro; il Sole, fuoco malefico; e il Mondo, pianto, terrore e distruzione universale’, la vita stessa, quindi, non avrebbe più motivo di essere, ‘nulla senza di te può sorgere alla divine regioni della luce’, per usare l’autentica frase lucreziana.

Ma passiamo ora ad analizzare un’altra opera di Foscolo, “All’amica risanata”, presente in una pubblicazione delle Poesie. Potremmo definire questo sonetto come un inno alla bellezza, personificata al solito nella figura di Venere. Anche qui possiamo notare un risveglio della natura, con la sua grazia, il suo colore e il suo profumo, che rimandano alle sensazioni primaverili, il viso e una rosa. La bellezza come unico ristoro ai mali degli uomini, la bellezza preziosa, aurea, d’improvviso si risveglia per riportare la gioia, ma a volte il sospetto, in tutte le persone a contatto con essa. Ma non è questo ciò che Lucrezio ci trasmette, quando afferma che tutte le creature si destano e si rianimano colme di dolcezza e d’amore all’arrivo della primavera? In questa poesia, quindi, anche la bellezza ha gli effetti della primavera per gli uomini, dà una ragione di essere, di amare e di vivere ogni minuto della nostra vita intensamente, incitati dalla forza che essa fa scaturire nei nostri animi.

Nonostante la poesia da noi appena analizzata abbia molti contatti con il proemio di Lucrezio, si potrà notare come in un altro sonetto: “A Zacinto”, quest’impressione di legame venga amplificata: tanto è evidente la similitudine con il proemio di Lucrezio, tanto è affascinate la lettura della poesia di Foscolo, così nostalgica, così matura, così calda. È proprio questo ciò che più colpisce in questa poesia, il senso di calore che pervade il nostro corpo mentre la leggiamo. La grandiosa Alma Venus è qui espressa in potenza, con la sua personalità fecondatrice e materna ‘e fea quelle isole feconde col suo primo sorriso’. Allo stesso modo in cui la Venere di Lucrezio dà vita alla natura e a tutte le creature viventi , ‘poiché per mezzo tuo ogni specie si forma’, così in Foscolo, Venere, oltre a creare il mondo intero, dà vita e ragione al poeta stesso, nato in quell’isola, e a lei così legato. Venere, allora, prende una nuova funzione, ovvero quella materna, come scrive il poeta nell’ultima stanza, sia nei confronti della terra, Zante, che dell’uomo, Foscolo. Certamente il clima che accompagna le due opere è diverso, per quanto riguarda i singoli proemio e poesia, in uno vi è un sentimento di felicità, di vita in sé e per sé, mentre in Foscolo, vi è sempre lo stesso sentimento, ma impregnato di un senso nostalgico e pessimista, mentre in Lucrezio, almeno solo nei primi versi, questo viene messo in disparte dalla forza della bellezza, della primavera e dell’amore.

Se nel sonetto “A Zacinto”, Foscolo riprende l’ambientazione e la funzione di Venere fecondatrice, nel sonetto “Alla Sera” ne riprende la partecipazione naturale e la sua funzione ridestante della natura. Al finire dell’inverno, i freddi venti turbinosi fuggono, e lasciano spazio al gentile Zefiro, le grigie nubi nevose vengono spazzate via, liberando il calore del sole e l’azzurro pacato del cielo. All’arrivo della primavera, ai suoi primi sbadigli, il vento Zefiro comincia a soffiare e a pervadere di forza fecondatrice tutte le creature viventi, come riscaldandole e riportandole alla vita dopo un lungo e freddo periodo di sonno. Anche se il contesto in cui si viene a parlare dei venti primaverili nelle due opere è completamente diverso uno dall’altro, il risultato che ne consegue e il messaggio che i due autori ci hanno trasmesso è il medesimo: è il potere che la natura ha sui nostri sensi e sulle nostre emozioni. Ci si rende conto che alla fine una cosa semplicissima, come una banale brezza calda, può risvegliare in noi un tale stato di eccitazione, di felicità, e che può farci tornare bambini, contenti di giocare e di correre stanchi all’aria aperta, non dobbiamo però avere paura di questo, anzi, dobbiamo approfittarne e esserne contenti per godere fino in fondo quello che la natura ci dà.


Visione della primavera e della natura in altri autori.


Quello della primavera, come ognuno di noi avrà certamente notato nel corso della sua vita, è un tema ricorrente nella letteratura di tutti i tempi, ma, tra i moltissimi autori che hanno trattato questo argomento, alcuni hanno avuto il pregio e la capacità di lasciare un impronta indelebile nei nostri cuori. Chi infatti può dimenticarsi il maggio odoroso in cui Silvia usava cantare, seduta, a vagheggiare semplice e felice sul suo futuro, o il calore del sole e del mare sulle rive di Zante? Queste sono poesie che ognuno di noi ha dovuto affrontare almeno una volta nella sua vita e un ricordo, piacevole o no che sia, è rimasto di sicuro a caratteri grandi nel nostro cuore.

Questi sono solo alcuni fra la miriade di esempi che si potrebbero fare, io invece preferirei approfondire un altro autore tedesco, che ha così tanto da dare ad ognuno di noi, ma che a volte viene trascurato, uno scrittore che se appreso nel profondo può cambiare la vita di una persona. Scrisse uno dei libri immortali, è stato un autore come pochi, di quelli capaci di non far finire un libro all’ultima pagina, ma di farlo continuare per sempre nelle nostre menti, distruggendo quei pochi capisaldi eretti dalla razionalità per sostituirli dal dubbio su ogni realtà e su ogni dogma. L’autore di cui vorrei parlare è Herman Hesse e il motivo di questa mia scelta è facilmente riscontrabile nella sua capacità di scrivere e di appassionare. Per rimanere nel tema della primavera vorrei approfondire una parte della più conosciuta opera di questo autore, ‘Siddharta’. In questo libro la natura è la rinascita, e la rinascita fa riscoprire la natura. Il capitolo in questione si intitola proprio ‘Risveglio’, il risveglio di Siddharta che capisce il suo vero problema, capisce che continuando la sua vita in quel modo, non avrebbe mai raggiunto il suo scopo e si sarebbe mescolato e disperso in mezzo ai miglioni di altri uomini con dei sogni e delle mete irrealtzzate. Nel suo cammino verso la comprensione riscopre la natura che lo circonda, guarda il mondo come se lo vedesse per la prima volta, ed lo scopre bello, variopinto, raro e misterioso. Tutti i colori, il cielo, la terra, il fiume, il bosco e la montagna e in mezzo lui, il risvegliato. Certo il processo è l’inverso che non in Lucrezio, ma forse è proprio questa la particolarità che più mi ha colpito di Hesse: non è banale, non segue dei percorsi già seguiti, già noti, come Kant ha riscoperto il mondo con la sua rivoluzione copernicana, così Hesse ha riaperto strade nel mio mondo conosciuto; in quel poco che conoscevo e in quel poco che conosco, lui ha un posto d’onore: come pochi ha la capacità di far capire cose nuove e interessanti, di insegnare a ragionare ad un altro livello, di vedere le cose da un altro punto di vista diverso dal nostro. Come una piccola primavera, questo libro risveglia in noi idee nuove: “mi sono risvegliato nella realtà e oggi nasco per la prima volta”. Sono queste le parole, i pensieri di Siddharta, il risvegliato, lo Zefiro della conoscenza ha pervaso le vie della sua mente, non è infatti solo fisicamente che la primavera può agire, ma può portare a una dissoluzione del passato, può portare a pensare al futuro come a uno spazio completamente nuovo e ignoto, come in Catullo si apriranno nuove strade per i viaggiatori, così per Siddharta si delineeranno i nuovi sentieri della conoscenza e della vita.


Confronto dei sonetti sulla primavera di Catullo, Petrarca e Shakespeare.


Come abbiamo visto precedentemente, molti autori hanno affrontato, al pari di Lucrezio, questo tema della primavera e della bellezza, ma tra tutti ne possiamo notare tre che hanno un forte e notevole legame con il proemio preso in questione, e questi sono precisamente: Catullo con il suo “Carme 46”, Petrarca con “Zefiro torna, e ‘l bel tempo rimena”, sonetto appartenente al fortunato Canzoniere, e infine William Shakespeare e il suo sonetto XVII, ”Shall I compare thee to a summer’s day?”.

Cominciamo col confrontare Lucrezio con il Carme 46. In questa Carme, Catullo vede l’arrivo della primavera come un mezzo, da tanto atteso, per lasciare la Bitinia. È evidente la trepidazione nell’animo dell’autore, che si vede finalmente pronto per la scoperta, la visita di nuovi paesi, e tutto questo grazie all’arrivo della primavera. ‘Irrequieto ti brucia una febbre di andare’, come può questo lieve vento caldo eccitare a tal punto l’animo di questi futuri viaggiatori? Anche Lucrezio provava la stessa tensione nel sentire questa brezza sfiorarlo, è quindi una sensazione ormai nota e attesa dagli uomini proprio per la sua delicatezza, per il carico di felicità e l’aspettativa di belle giornate che porta con sé. Non è il presente quello che importa in questo periodo dell’anno, ma il futuro. Come Catullo sottolinea fortemente, gli amici descritti, che in questo caso possono essere generalizzati ad ogni creatura vivente, sono trepidanti non tanto per l’arrivo della primavera in sé, ma per quello che sta a significare per loro: un viaggio, la scoperta di nuove terre, il mistero, il desiderio di conoscere finalmente appagato. È questo lungimirare che provoca l’eccitazione di questo gruppo di amici, il vedere i proprio sogni tanto vagheggiati finalmente realizzati. Certo nel proemio di Lucrezio questo sentimento non è leggibile nelle parole in sé, ma è il clima descritto che ce ne dà la certezza: il turbamento degli uccelli, dei fiumi, di tutte le cose viventi in grado di comprendere quale possa essere il cambiamento in atto lo mostrano, i fiumi diventano impetuosi. Attraverso l’amore le stirpi vengono propagate, amore che nel Proemio è l’amore fisico, ma che nel Carme può essere benissimo visto come il desiderio di espandersi, di viaggiare di questi amici, amore quindi per lo sconosciuto e l’ignoto. Come la natura si risveglia, anche i desideri umani si ampliano, fino a diventare delle ragioni di vita per alcuni; i giovani esprimono il desiderio di viaggiare, ma anche Lucrezio esprime il suo desiderio di scrivere un’opera sulla natura di tutte le cose, e per riuscire nel suo intento, deve lui pure chiedere l’aiuto e il supporto della forza e della compagnia di Venere, la dea, la bellezza, l’amore.

Affrontiamo ora l’analisi del testo del Petrarca, “Zefiro torna, e ‘l bel tempo rimena”. Vediamo che in questo sonetto è presente la visione della primavera come portatrice e del rinnovamento e del ciclo naturale. È sempre presente questo elemento fresco, ma allo stesso tempo confortante del vento, Zefiro, è visto da tutti gli autori analizzati finora come il simbolo della primavera, del suo arrivo e della fine dell’attesa. C’è un esplodere della natura, il ritorno alla condizione precedente all’intervallo invernale, e come in Lucrezio, i prati ridono, il cielo si rasserena e tutte gli elementi, acqua, aria, terra, vento, si riempiono d’amore. Gli animali riprovano il piacere, esattamente come nel proemio il desiderio propaga le generazioni, di amare, c’è proprio la riscoperta di questo grande sentimento, di natura positivo, ma che nel caso di Petrarca, è un modo di riaprire vecchie ferite, e quindi di soffrire ulteriormente. Tutta la bellezza del mondo circostante Petrarca la vede, ne è consapevole, ma il suo dolore per l’amata scomparsa è talmente grande da far apparire questa esplosione di colori come un desolante deserto. Anche in questo sonetto è stato utilizzato il mito per spiegare queste forti emozioni, il primo si tratta di Progne e Filomena. Queste due sorella, secondo il mito, dopo aver fatto mangiare le carni del proprio figlio, nato da un rapporto incestuoso del marito di Progne con la sorella Filomena, al padre, furono trasformate in rondine e usignolo. Questo mito ci viene narrato da Ovidio nel libro VI delle Metamorfosi, il canto degli uccelli diviene allora il canto di dolore della due sorelle, in perfetta relazione con il dolore che prova Petrarca ripensando a Laura. Il secondo mito narra la felicità di Giove nel rivedere sua figlia Venere, passo interpretabile con il fatto che con l’arrivo della primavera i pianeti di Venere e di Giove sono in una posizione particolare, e favorevole ad entrambi. Quindi attraverso questi versi, possiamo capire che non solo le creature viventi e mortali sono felici della bella stagione, ma che pure gli dei immortali gioiscono per questo magnifico evento.

Passiamo ora all’analisi del sonetto si William Shakespeare, “Shall I compare thee to a summer’s day?”. In questo sonetto l’arrivo della primavera, o meglio del mese di maggio, per tradizione il mese primaverile per eccellenza, viene confrontato con la persona amata, in questo caso, date le conoscenze che abbiamo sulla vita di Shakespeare, un delicato giovane, nel pieno della sua bellezza. Qui l’amore che l’autore prova per questo giovane è talmente grande che non solo la sua bellezza è paragonabile a quella della primavera, ma addirittura la supera. I venti, come in Lucrezio ed altri autori, sfiorano e risvegliano la natura, i boccioli di maggio e il viso del ragazzo, fiore allo sbocciare della sua vita. Come Catullo e Hesse, anche Shakespeare più che soffermarsi sul presente, pensa al futuro, ma invece di essere impaziente per le nuove esperienze, si rattrista allo scorgere dell’ombra dell’autunno, della vecchiaia e della fine dell’amore. In Lucrezio questo aspetto non è presente, essendo un inno alla felicità della primavera, Shakespeare invece va oltre il semplice aspetto positivo di questa stagione, per ragionare ad un altro livello, per vedere nei minimi particolari le qualità, ma anche i difetti della primavera, a volte infatti il suo aureo sembiante appare offuscato: ogni bellezza declina dal suo stato di perfezione, e la causa è da ricercarsi o nel fato o, soprattutto, nel corso della natura. L’autunno si porterà via con se la bellezza, la dolcezza, e a nulla servirà contrastarla. Come Lucrezio, anche Shakespeare crede nell’incommensurabile potenza della primavera, nella sua capacità di agire sui nostri desideri, e a prescindere dai nostri desideri, ma entrambi capirono che l’unico modo per vincere il ciclo della natura, i suoi continui sonni e risvegli, era di creare qualcosa in grado di resistere al tempo, qualcosa di infinito, che potesse però descrivere la bellezza delle forme, la tenerezza di un vento caldo o di un bel viso. Qui prese vita la loro poesia, i loro immortali versi, che non potranno mai tremare alla forza del tempo, le sensazioni verranno tramandate di generazione in generazione, finché ci saranno autunni e inverni, vita e morte, e loro vivranno in noi, finché noi vivremo con loro,

So long as men can breathe, or eyes can see,

So long live this, and this gives life to thee ”.



Bibliografia:


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Inserito da dat il Sab, 12/08/2006 - 15:28 Visualizza per la stampa